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20.04.05

Sale e Pepe

Ci sono giorni in cui la fantasia mi scivola come acqua tra le dita e non la posso trattenere. Oggi è uno di quelli, uno dei tanti che mi capitano ultimamente, e allora vedo una stanza di una vecchia casa del sud, in una località di mare, di quelle con le persiane di legno e il letto alto. x4x

E vedo te che entri nella stanza bagnato di sale e di sabbia, con la pelle ancora rovente di sole, vestito solo con un asciugamano di fiandra, legato sui fianchi. Ti vedo lasciar cadere l'asciugamano con gesto naturale e infilarti sotto la doccia. Ti vedo goderti il contatto con l'acqua fresca e dolce che ti gocciola addosso malamente dal vecchio soffione appeso un po' storto sul muro e poi, ancora fradicio di benessere, col respiro un po' affrettato e gli occhi chiusi., ti lasci cadere di traverso sul copriletto d'altri tempi di pichè bianco. E vedo me, accovacciata sul grande letto matrimoniale, passarti lentamente le mani sulle tempie, sul collo, sul petto, massaggiandoti piccole gocce di essenze balsamiche e rinfrescanti. Da fuori arriva solo il frastuono delle cicale e alcune lame di sole che implacabili riescono a filtrare dalle fessure delle vecchie persiane. Il profumo delle essenze di eucalipto, menta, timo e arancio amaro si mescola con gli aromi di legno invecchiato, salsedine e con l'odore un po' appassito della biancheria del letto, tenuta a lungo negli armadi. Tutta la casa riposa, cercando di sfuggire alle torride ore del pomeriggio mediterraneo. Tu non ti muovi, non dici niente, te ne stai lì con gli occhi chiusi, le braccia spalancate, come se volessi compenetrarti il più possibile in quell'atmosfera sospesa tra sogno e realtà che sempre ti prende quando ti trovi in quei luoghi. E poi non c'è niente da dire, c'è solo da assaporare, da lasciarsi vivere addosso l'atmosfera calda e sensuale che trasuda da questi muri, testimoni muti di chissà quanti momenti di intimità come questo, rubati o forse voluti, desiderati o subiti in silenzio, approfittando del sonno della grande casa, complice discreta e forse un po' ruffiana di amori più o meno leciti. Penso tutto questo mentre ti guardo e seguo il ritmo del tuo torace che si alza e si abbassa con la calma che precede il sonno. Alcune gocce d'acqua scivolano lungo il tuo petto abbronzato morendo in piccole chiazze sulle lenzuola. Hai un'aria rilassata e le tue labbra accennano ad un sorriso. Io ho la vista annebbiata e le orecchie che pulsano. Ti vorrei. Da morire. E tuttavia mi trattengo, respiro a fondo e continuo a massaggiarti. Le mie carezze da delicate e leggere si fanno via via più decise, le mie dita più intriganti. Con le unghie seguo il profilo del tuo corpo lungo i fianchi, le cosce e poi risalgo percorrendone l'interno, su fino alla pancia, il petto, il collo, le tempie... e poi di nuovo, una, due, tre volte. Piccoli fremiti sottopelle mi fanno capire che non desideri più dormire, non subito. Ma io voglio prolungare questo momento il più possibile e sento che anche tu lo vuoi. Sento che sei completamente abbandonato nelle mie mani e nei miei pensieri. Ti bacio delicatamente dietro le orecchie, poi ti sfioro con le labbra, sul collo, rifacendo il percorso di prima., ti solletico con la punta della lingua l'interno delle cosce. Tu inarchi un poco la schiena con un movimento lento, ti sfugge un gemito di piacere, ma mi lasci fare già pregustando quello che verrà dopo. Con la coda dell'occhio vedo i resti della colazione sul comodino, un po' di pane e una piccola ciotola di miele. Non posso trattenermi: rapidamente lo prendo e inizio a versare il nettare ormai quasi liquido sopra il tuo corpo, sul petto, la pancia poi sul sesso... a piccole dosi, perché non mi stanchi il sapore. E poi lentamente inizio a leccarti, a piccoli colpi di lingua, riempiendomi del tuo sapore ancora un po' salmastro mescolato a quello dolcissimo del nettare, come in una di quelle sublimi ricette del tuo paese, che memori di antiche invasioni orientali, sposano alla perfezione sapori dolci e salati, amalgamandoli magnificamente.

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Adesso il tuo corpo è tutto un fremito e il tuo respiro è accelerato. I tocchi di lingua diventano più ingordi e più audaci fino a diventare impudichi quando, avida di te e di nettare, ti bacio e ti lecco il sesso. Le tue mani da inermi, iniziano a frugarmi sotto la maglietta leggera, un po' lunga, poi sotto gli slip. Il tuo sesso punta il soffitto, lucido, lubrificato come l'arma di un cadetto d'accademia, perfetto nella forma e nella consistenza, giocattolo sublime nelle mie mani. Mi eccito e mi riempio la bocca di te, ti tocco, ti accarezzo, ti lecco come impazzita. Tu mi fermi e mettendoti a sedere sul letto, mi baci sulla bocca a lungo, appassionatamente. Poi mi spogli in fretta e vieni sopra di me, incapace di trattenerti oltre, penetrandomi come un forsennato. Ma non mi basta e non basta neanche a te. Dopo pochi istanti rallenti il ritmo, dandomi colpi più decisi e sempre più lenti. Io mi sciolgo come il miele lasciato sul comodino, i nostri umori si mescolano, i sensi si annebbiano, si perde la cognizione del tempo e dello spazio. Vorrei urlare, vorrei stringerti, abbracciarti, baciarti fino a consumarti, non sono più su questa terra, mi gira la testa e sto perdendo completamente la lucidità e la razionalità. Il mio cuore pulsa sempre più rapido e io non vedo l'ora di perdermi nell'istante infinito dell'abbandono totale, quando sembra di poter superare i limiti fisici che la nostra natura terrena ci impone. Ma non ancora ti prego, non ora, voglio prolungare questo piacere terribile fino allo spasimo. Così mi stacco da te e ti chiedo di sdraiarti di nuovo, ti sono sopra, ma ti volto la schiena. Le mie mani frugano e strusciano le tue intimità, ti accarezzano le cosce sode e muscolose tipiche di chi cammina molto, i glutei rotondi come albicocche. Il tuo corpo è teso, tutti sensi sono attivi e pronti a scattare come un gruppo di aviatori al suono dell'allarme antiaereo, la pelle è umida di un sudore sottile che sa di mare e di miele. Starei così a lungo. Le tue mani sui fianchi mi accarezzano la schiena, già giù fino al solco che divide e oltre. Sento le tue dita inoltrarsi fin dentro il mio corpo, là dove l'intimità è assoluta e dove solo a te è consentito arrivare. Il desiderio è irrefrenabile, la voglia di te infinita. A volte capisco gli amanti che uccidono. Afferro il tuo pene, lo cospargo ancora di miele per renderlo scivoloso e lo guido con movimenti sinuosi delle anche mentre si inoltra nell'oscurità un po' perversa del buco nero del mio piccolo universo. Mi sfuggono gemiti di dolore misto a piacere. La trasgressione mi eccita. O forse mi eccita di più il dolore, non so. So solo che vorrei morire, ma non vorrei che tu smettessi mai. Tu ti muovi adagio un po' cauto e un po' sadico e io sento il calore che emana il tuo corpo, il tuo respiro, le tue parole di godimento. Ora sono seduta completamente sopra di te, totalmente impalata e felice e mi dico che non è giusto che tu non possa provare ciò che provo io. Così ti rendo giustizia come posso, usando le dita: primo uno solo, a fatica, divaricandoti un poco le natiche, poi due più agevolmente, poi tre...e tu impazzisci, non sai più cosa fare, cosa dire, mi lasci fare ma un po' ti vergogni, ti piace ma non lo puoi dire. Perchè no? Liberati dai luoghi comuni, dagli schemi, dagli stereotipi, non esiste un comportamento buono e uno cattivo a letto.

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Esistono solo le libere scelte consapevoli tra persone consenzienti, esiste la passione, la voglia di sperimentare, la fiducia nell'altro. Io ti ho aperto il mio corpo e altrettanto fai tu. E' giusto così, è così che dovrebbe essere sempre: perdere ogni pudore e dignità, fondersi nel senso più completo del termine. D'improvviso ti alzi, mi fai mettere carponi e tu lo stesso, dietro di me. Così mi prendi davanti e poi dietro e poi di nuovo, con le mani, con il sesso fino a farmi male. Sento dolore ma ti lascio fare, non dico niente. La sensazione di essere usata come un animale è potente e eccitante. Tutti abbiamo bisogno di un po' di violenza ogni tanto. Essere usati, violentati è uno dei tanti ruoli da giocare nel sesso. Sarei ipocrita se dicessi che non mi piace. E poi il male è sempre compensato dal bene e la tua lingua che fruga sapiente il mio sesso intriso di umori e di miele mi ripaga di tutto, lenisce il dolore e riaccende la miccia. Allora mi stendo sul letto e tu mi sei sopra a baciarmi sulla bocca, a succhiare i miei seni, a leccarmi la pancia ancora, ancora e ancora. Vieni dentro di me, io ti stringo e ti soffio nelle orecchie che ti voglio adesso, tu dici qualcosa a proposito di filtri magici e di streghe, io non capisco bene e rido mentre la mia risata soffocata si trasforma nei nostri mugolii di quel piacere tanto atteso e tanto a lungo rinviato, scuotendoci entrambi con sussulti simili ad un'agonia di morte che ci rende simili agli dei.
Tu ricadi su di me, sfinito e svuotato, mi baci sul collo, dici cose incomprensibili con il respiro corto di chi ha fatto una lunga corsa e ti abbandoni al sonno. Fuori le cicale continuano a gridare maledicendo il sole che le arrostisce. Io ti accarezzo e chiudo gli occhi. E non è che Frida si interessasse più di tanto alla cosa. A quel punto Fulvio si attaccava al boccale di birra. Fu al terzo risveglio con mal di testa e bocca impastata che stabilì che era ora di darsi una regolata con la birra. Si rese conto che era solo nell'alloggio. Frida gli aveva lasciato un biglietto. Accanto al biglietto c'erano le chiavi di casa e una tessera. Sul biglietto c'era scritto: Si cambiò le scarpe e si tuffò tra i macchinari; era tutto un luccichio di metallo e tecnologia: c'erano certi vogatori con schermo a cristalli liquidi tipo sala giochi con cui dei ragazzi si sfidavano in gare di canottaggio virtuali, altra gente più o meno atletica era sparpagliata nell'ampio locale. Ho un impegno inaspettato all'università, tornerò verso le tre del pomeriggio. Intanto prova ad andare nella mia palestra, ti lascio la tessera. Così ti fai una bella sudata e fai uscire tutta la birra che hai bevuto! Frida o Fulvio si guardò intorno: ci fosse stato almeno un televisore! Da leggere si era portato qualcosa ma aveva troppo mal di testa. L'unica soluzione per ammazzare la mattinata era la palestra. Non metteva piede in una palestra dai tempi di educazione fisica al liceo. La palestra era nella stessa via del palazzo di Frida, se la ricordava; almeno se si rompeva poteva sempre prendere e tornarsene in casa. La tuta l'aveva già addosso, la usava come pigiama. Appena entrato, lo assalì un tizio superpompato in canottiera con una raffica di tedesco. Fulvio non si era preparato a discussioni con gli indigeni, avanzò un sorriso da deficiente e tirò fuori la tessera di Frida: Friend of Frida! Il tizio allora mostrò di aver capito e gli indicò col braccione una porta: Se l'era cavata ancora bene.

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Gocce intermittenti continuavano a picchiettare con regolarità sul legno. Il tempo tra una goccia e l'altra doveva essere di circa cinque secondi. Quello che Fulvio avrebbe veramente voluto fare era distendersi laggiù vicino a lei, mettere la faccia sotto il tallone e farsi accarezzare da quello sgocciolio: lo avrebbe ricevuto sul naso, sulle guance, direttamente in bocca. Cercò nella sua mente un approccio valido con cui stabilire un contatto: un bel sorriso, uno sguardo intenso, una domanda idiota da turista. Ma non gli venne in mente niente di interessante. In più la ragazza sembrava del tutto disinteressata al mondo che la circondava. Aveva chiuso gli occhi e sembrava dormisse. Il seno saliva e scendeva lentamente, i capelli bagnati ricadevano sull'accappatoio in spesse ciocche. La gamba destra era appoggiata fino al ginocchio, poi scendeva e penzolava senza arrivare a toccare la panca inferiore. Dal ginocchio in giù le goccioline si raccoglievano in rigagnoli che percorrevano in direzione casuale il polpaccio e la caviglia fino a raccogliersi verso il tallone per poi cadere. Chissà che sapore aveva il liquido prodotto da un essere perfetto? Di certo niente a che vedere col sudore dei comuni mortali. Poi avrebbe cominciato a succhiare quell'angolo del piede assaporando tutto il nettare raccoltosi. E poi su, sempre più su, spazzolando tutti quei centimetri di pelle rosea, fino al centro dell'universo. Si riebbe dalle sue fantasie quando i tre di fianco a lui presero gli asciugamani e se ne andarono. Erano rimasti solo loro due: un ragazzo e una ragazza nudi nella stessa stanza. Si distese e cominciò ad osservare il soffitto. Non sarebbe stato naturale coccolarsi un po? Presto però sarebbe rimasto solo se non si fosse inventato qualcosa: la ragazza si era messa a sedere e aveva cominciato ad asciugarsi; ecco dove finiva tutto quel succo divino: assorbito da uno stupido accappatoio. Si alzò e istintivamente si alzò anche Fulvio. Buttò lì quello che gli venne in mente. Fece come se Fulvio fosse stato trasparente e privo di corde vocali: indossò l'accappatoio, se lo chiuse in vita, infilò gli zoccoli e si avviò. Fu quando arrivò davanti a Fulvio che senza rallentare gli rivolse il volto perfetto: Ciao! Fu quello che uscì dalle sue labbra, gli regalò ancora un bellissimo sorriso, si aprì la porta ed uscì. Fulvio restò inanimato per un bel po'. Il rumore dei passi di lei si perdeva nel corridoio. Quella stanza ora sembrava enorme. Si voltò ad osservare l'assenza di lei: legno, ovunque soltanto del legno. Si avvicinò. Il segno delle natiche stava scomparendo lentamente. Ci si sedette sopra. Il calore passato dal corpo di lei al legno ora passava nel corpo di lui. Un senso di benessere totale lo pervase.

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Una passeggiata nel primo sole di primavera, la città che riluce come per una magia di gioia per la vita che si rinnova. Mi pare di vedere ogni venatura delle foglie, le ombre lucenti delle gemme, i profili di quelli che saranno fiori, sento scorrere il calore nelle vene, vorrei mettermi a correre o a ballare per strada, ma non lo faccio, per fortuna... rido tra me e me e cerco il negozio dove devo ritirare una statuetta di Delft per un'amica. Il profumo del legno e della cera d'api racconta come quest'antiquario ami mobili ed oggetti in egual misura. Le finiture calde ed eleganti del noce e della quercia accarezzano il mio sguardo come una piuma, mentre una sonata di Brahms accompagna il mio vagare curioso in questo labirinto ordinato. L'antiquario deve essere nel retrobottega, parla al telefono, una voce bassa che mi guida fino alla sua scrivania. Legno di rosa e cuoio spagnolo, una stilografica che danza tra le sue dita. Mi fa un cenno di scusa, mi fa capire in un gesto come la conversazione si prolunghi oltre le sue aspettative. Non ho fretta ed esploro una saletta in cui un piccolo comò, una coppia di sedie dal dorso arcuato ed un tavolino da tè ricreano con le porcellane candide un salottino del XVIII secolo. Vecchi volumi in cui l'oro dei fregi s'amalgama con l'azzurro ed il verde della seta. Sono sola e nella penombra mi sento incoraggiata a prendere in mano un'edizione settecentesca incredibilmente bella dei Sonetti di Shakespeare che mai mi sarei attesa di trovare in Italia. Lo sfoglio lentamente, il solletico della carta quasi pergamenata contro la pelle sottolinea l'eterno piacere di quei versi senza tempo. Mi siedo su uno sgabello e lascio che la poesia scivoli dentro la mia mente, dimentica della piccola commissione e dell'antiquario. Ne riavverto la presenza quando un movimento sulla porta mi ruba la luce per leggere. Insieme alla pendola, il cuore ha un soprassalto, mi sento quasi colta in flagrante, sebbene credo non sia seccato, a giudicare dal sorriso con cui attende con una scatola in mano. Mi sento un po' ridicola, ma naturalmente ha ragione. Lo seguo nello studiolo. Ha passi lunghi ed elastici ed una schiena larga. Mi sorge il dubbio che sia stato proprio lui a spostare buona parte dei mobili del salottino. La statuetta è una pastorella bianca e blu che accudisce un agnellino; è perfetta in ogni più piccolo dettaglio, persino le dita che passa nel vello soffice della bestiola o le pieghe della veste che sembra mossa da un refolo di vento. Ho decisamente troppa fantasia, però è un piccolo tesoro, mi sento orgogliosa di essere io a ritirarla. Una piccola firma su un modulo e la mia avventura nella grotta di Aladino è sul punto di terminare, ma l'antiquario mi indica la pendola dietro l'arco di pietra drappeggiato di raso grezzo.

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Postato il 16:25

08.04.05

A letto, ti va?

Lei annuisce poi si lascia guidare passivamente verso la camera. Mentre transitiamo davanti alla sala sono tentato di sbirciare per vedere cosa combinano Claudia e Marco ma sento solo le note della musica uscire da lì ed egoisticamente voglio avere Sonia solo per me. Porno

Come entriamo lei si siede sul bordo del letto, apre leggermente le gambe poi mi guarda tra i capelli arruffati che, in parte, le cadono sul viso. Gli occhi sono lucidi, non capisco se per l’emozione di un desiderio o per la stanchezza, ma la conosco ormai: se non provasse un forte desiderio non si concederebbe. Intuisco dalla posizione che ha assunto, e dall’espressione, che vuole essere presa e guidata nell’amplesso. Ogni desiderio nasce nell’irrequietezza che spinge verso il soddisfacimento e, il conseguente, sgravio della tensione; ma quest’irrequietezza nasce da una disarmonia. Sonia, questa sera, non era intenzionata a dare sesso ma piuttosto a ricevere sesso: quando si è ritrovata sopra il suo uomo, spinta da un impulso generato dalla sensualità di Claudia, non ha trovato soddisfazione alla sua voglia interiore. Ecco che allora ha cercato me, comunicandomi a suo modo cosa realmente desiderava. Forte delle mie deduzioni m’inginocchio davanti a lei e le apro le gambe afferrandola nell’interno delle cosce. Sonia geme mentre le sue pupille si dilatano, scivola in avanti con il pube poi si lascia cadere sulla schiena rimanendo appoggiata sui gomiti. La vedo incavare il ventre e spingere verso l’alto il pube, è un messaggio chiaro ed inequivocabile: prendo il membro con la mano destra e lo guido tra la sua morbida peluria, mi faccio strada sino a percepire il calore del suo corpo sul glande allora spingo per entrare in lei. La penetro quasi con violenza strappandole un ansimo di approvazione, quindi le cingo la vita ed inizio a muovermi in lei avendo cura di pressarmi sino in fondo. Lei continua a fissare il mio viso, quando sollevo lo sguardo dal suo pube agli occhi le si fissa sui miei, pare intenda comunicarmi che vuole proprio me ed in quel modo. Il suo sguardo si spegne solo quando si lascia cadere del tutto sul materasso e apre le braccia a croce come per offrirsi completamente. Non è passiva, anzi segue con il pube ogni mio movimento amplificando il piacere reciproco. Sposto le mani dalla vita agli avambracci bloccandola in quella posizione e intensifico i miei movimenti.

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Ascolto, con estremo piacere, le sensazioni del mio membro che esce completamente da lei per poi riaprirla quando entra, posso concedermi queste sensazioni grazie allo sfogo erotico che ho avuto prima con Claudia e che ora facilita il controllo delle mie emozioni. Sonia pare apprezzare come me, il suo respiro si è uniformato al nostro amplesso e si muove a tempo. La musica che nasce in sala raggiunge la camera dopo aver perso gran parte delle vibrazioni più acute, solo i bassi e con essi il ritmo si fanno sentire. Inconsciamente ci uniformiamo ad essi e il nostro amplesso prende la velocità dettata da quella musica che pare nata per stabilire i tempi dell’orgasmo femminile. Cadiamo in una specie di trance entrando in un mondo in cui esistono solo i nostri corpi uniti dalla ricerca del piacere, personalmente perdo la nozione del tempo mentre le mie percezioni si estendono in tutto il corpo. Il piacere nasce dai nostri genitali uniti ma pure dalla pelle che ritmicamente viene a contatto o dal suono del nostro respiro. Raggiungiamo quel limite prossimo all’orgasmo in cui basta una piccola variazione nei tempi dell’amplesso o negli stimoli per farlo esplodere. Appena sento Sonia ansimare più forte e contrarre al contempo gli addominali raggiungo l’orgasmo con lei. Un sincronismo perfetto pur non cercato che, per un attimo, ci sconcerta. La trattengo nella medesima posizione sin che i nostri sospiri non si placano e rimango in lei crogiolandomi nel suo calore. Quando mi ritiro dolcemente lei mi segue con il viso, si mette seduta e richiama la mia bocca con le labbra atteggiate in un bacio. Ci uniamo nuovamente, solo con le labbra questa volta, pare che Sonia abbia ancora un desiderio inespresso o conservi in un angolo un rimasuglio di carica erotica non ancora sfruttata. Trasmette nel bacio una passione normale negli attimi iniziali di un accoppiamento ma sconvolgente alla fine quando i sensi cercano unicamente una languida pace. Travolgenti e contrastanti sono le sensazioni che nascono in me.

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Lentamente, scemando in piccoli e fugaci incontri di labbra il bacio finisce; Sonia si ridesta e mi fulmina con un occhiata tanto intensa che, per la prima volta, mi ritrovo desiderarla come compagna piuttosto che amante. Non mi stupisco più di tanto di questi pensieri, sono convinto che anche lei stia elucubrando la stessa cosa, così come sicuramente l’hanno pensata Claudia e Marco. Negli ultimi tempi i nostri giochi, prima aperti a saltuari "amici" si sono chiusi tra noi quattro. Era inevitabile, ad un certo punto, che l’attrazione sessuale unita alla nostra grand’affinità generasse un coinvolgimento più complesso e articolato. Il sentimento sempre messo al bando nei nostri giochi sta entrando prepotentemente dalla porta principale, grazie al gioco stesso. Sarebbe comico se non fossero potenzialmente tragiche le conseguenze. Mentre mi alzo in piedi e aiuto Sonia a sollevarsi dal letto mi chiedo dove ci porterà questo nuovo elemento inatteso. Resta ora da capire se Claudia e Marco sono coinvolti quanto noi dai sentimenti o se la loro passione sia rimasta limitata al sesso. Dovrò analizzare con nuovi occhi il loro comportamento e confrontarlo con quello di Sonia, si stringe a me mentre camminiamo verso la sala, vorrei parlarle per capire quanto lei sia già coinvolta a livello emotivo, sento che lo è ma ho bisogno di una conferma verbale. Forse mi sto creando dei problemi inesistenti, le nostre coppie sono solide e lo dimostrano le tante avventure vissute per conto nostro ed insieme. Però non riesco ad immaginare un futuro possibile incontro tra di noi dove io sono il compagno di Sonia e Marco quello di Claudia.

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Entriamo in sala con la dovuta attenzione, il rispetto del piacere dei nostri compagni ci dice di non disturbarli. Sonia mi blocca sulla soglia, da li possiamo vedere Marco seduto sul divano e Claudia sopra di lui che si muove in preda ad un crescente piacere, sono gli attimi finali del loro amplesso. Sonia richiama la mia attenzione sui loro visi vicinissimi tanto da consentire alle labbra di sfiorarsi. È una scena carica d’erotismo ma dopo i recenti pensieri vi leggo anche altro: i loro occhi sono aperti e fissi gli uni sugli altri, è chiaro che stanno cercando un unione che va al di la dei semplici genitali. Lo nota anche Sonia che si stringe ancora di più a me. Quando Claudia inizia a venire la vediamo muoversi in modo da far esplodere anche Marco il quale si lascia andare dentro di lei, come poco prima io ho fatto con la sua donna. Ecco la differenza che non avevo valutato nel modo giusto sino ad ora: durante i nostri primi incontri il finale prevedeva sempre una trasgressiva ed eccitante eiaculazione su qualche parte del corpo delle donne, dal viso al seno, dai glutei al bacino. Ultimamente tutti abbiamo cercato un eiaculazione interna, senza rendercene conto, senza nulla di programmato. L’istinto ha sempre dominato i nostri incontri e quest’istinto ci ha portati a cercare un finale più consono ad un rapporto d’amore che di puro sesso. Era la prova che cercavo.

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Ma quando la sera chiamai la pensione per chiederle scusa e ancora scusa mi disse che era già pronta e che mi stava aspettando con la valigia già fatta. “Io capisco Eva, tu hai paura d’innamorarti di me.” Questo veramente era un tasto che finora non avevamo toccato e sinceramente non l’avevo mai vista sotto questa ottica, anche perché, a parte una situazione ambigua con la mia amica Silvia, non avevo mai avvertito questo tipo di tendenze. Sottolineai la sua ingenua tenerezza prendendola sottobraccio. “Io non avere problemi.” Mi disse quando le proposi di spacciarsi per cameriera davanti a mio marito. Dopo solo qualche giorno la mia casa sembrava come nuova, sotto i colpi della mitica grazia orientale acquistò dignità e decoro di una vera casa. Maddalene si rendeva utile oltre il lecito di una convivenza paritaria. Faceva la spesa, ci faceva trovare la cena pronta e la sera non smetteva mai di rigovernare. Ero quasi felice, la sua presenza mi inorgogliva e allo stesso tempo mi spazzava via il miele appiccicoso e malinconico della solitudine interiore. Dopo cena non mancava di riempirmi d’attenzione e vedevo i suoi occhi fibrillare quando mi guardava segretamente. E di lì a poco, una notte, inevitabilmente, la sentii scivolare dentro le mie lenzuola. Il cuore mi batteva e rimasi ferma nella posizione facendo finta di dormire. Sentii inconfondibile l’umidità della sua lingua incunearsi tra le mie cosce fino a centrare senza un attimo di sbandamento il mio piacere per poi proseguire tra le mucose ansiose del mio ventre ormai completamente allargato e alla mercé della sua tenacia. Era la prima volta e pregai Dio che non fosse l’ultima! Sentivo la sua bocca remissiva, fedele e piena di abnegazione continuare a baciarmi per minuti e minuti, succhiando quel liquido di passione che sgorgava copioso fino ad orlare le linee esterne della sua bocca. Se ne andò in punta di piedi come era venuta senza nessuna pretesa di compiacenza o ringraziamento. Da quella notte, ogni notte non aspettavo altro, mi coricavo sempre più tardi per abbreviare il tempo dell’attesa, e la mia piccola orientale, puntuale come una disgrazia, respirava il mio calore senza avere in cambio niente.

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