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06.05.05
Soltanto un nome
Cammino in equilibrio precario
sopra un filo di sputo, mentre la notte mavvolge di pena e
decenza. Ho pietà di me, di questa donna che massomiglia
come dentro uno specchio, e che affoga dentro notti senza alba e
cartoni di vino, pensando ad un nome da dare al suo amore che
informe saggira senza nessuna sostanza.
Feticismo Esibizionismo Autoscatto Troiette Porno Zoccole
Un nome, un nome soltanto che schiarisca la notte di luce e speranza, e colmi quel vuoto che altrimenti è impossibile riempire. E vomito rime sentite qui e là in qualche bettola di cuore, sui detriti di questa notte che millumina di fari e mi trancia i vestiti. Un nome, solo un nome soltanto, che intercali i miei sogni, che mi dia la forza qui alle 2 di mattina quando quattro pezzi di legno sono bruciati in fretta ed in fumo, come le venti sigarette dentro i miei polmoni che in astinenza tossiscono catarro e fanno vapore. Ed il freddo mi spacca la pelle e minaridisce il nome che non riesco a trovare, marrossa le cosce e sinfila come maschio nelle pieghe del mio sesso disfatto. Perché senza riparo, perché senza mutande che qualcuno mha strappato, perché dilatato dalle tante misure che ha dovuto cullare. E ora lo metto in culo alla luna che romantica mavrebbe voluta rincoglionita dun uomo, fregata per la vita da un amore che passa in un mentre e ti lascia un vuoto e dei figli e tante pene che non sai dove riporle. E il vento mi gela la gola e schiaccio come ombre sotto i lampioni il ricordo di mio padre che non riesco a scacciare e rimane incollato nel cuore, nella mente e nella fica che schiere di maschi non hanno saputo cancellare. Limmagine scontornata che al buio mi cercava e mi fotteva di santa ragione e senza ragione, mentre mia madre dormiva sicura, sicura che il proprio uomo lavrebbe ritrovato, al risveglio, nel proprio letto. Ho pianto lunica volta che mi sono negata, solo perché al mattino mia madre non maveva guardata in faccia e perché da quel giorno non avrei più respirato quellaria di casa, quellodore di gerani sul davanzale che allontanavano zanzare e occhi indiscreti. Ma era bella mia madre! Con la morte nel cuore ho accettato la sua fragilità, attaccata a quelluomo come ad una bombola dossigeno, avviluppata alla sua miseria come un suicida al tubo del gas. Me la ricordo magra magra ridotta a carta velina che mi portava nel suo grembo a punta sfacciatamente lievitato. Mi sono più volte chiesta come quaranta chili potessero sopportare quel peso, come diciassette anni fossero predisposti a darmi la vita, come quel corpo esile potesse ancora arrancare tra i filari di panni stesi. Galleggiavo intorbidita dal suo fumo e nei suoi tormenti, in trepida attesa di me e di lui che sono costretta a chiamare padre e la sentivo piangere lacrime di liquido di ventre e di dolore di ossa infiammate dallumidità dei lavatoi.
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Me la ricordo mia madre, in quel rimbombo di suoni e parole che già mi chiamava Eva, perché nei suoi sogni ero bella, perché impura, perché diva, perché infelice a sua immagine e somiglianza. Mha sgravata in un giorno daprile che buttava giù neve, le ho sorriso e per lunica volta ha fatto altrettanto. Ed ora, appoggiata alla mia solitudine mi sento libera, libera di essere puttana, libera da dio che mha creata da quel ventre e da quello sperma che ancora riconoscerei il sapore, e mha condannata prima di nascere sapendo già in quale cesso di mondo sarei finita, su quali margini di strada avrei continuato a tenermi in piedi. Libera dalla religione che mha inculcato famiglia e dolore, sacrificio e sopportazione, e sinchina ai potenti, come me che non vedo uno squarcio di cielo quando sputo saliva e li soddisfo di bocca. Libera dagli ipocriti che vorrebbero vedermi lontana da questo marciapiede, lontano dalle malattie che sempre in agguato mi spaventano davvero, lontana da queste cosce che si spalancano come porte a vento ed invitano sessi erranti di qualunque colore, credo e misura che nel mio ventre ritrovano alcova e rifugio, funzione e vanto dessere ancora dei maschi. Sono vergine! Vi prego, non ridete! Non è del mio sesso che sto parlando e men che meno del mio culo che per sopravvivenza sono costretta a comprendere nel prezzo. Sono vergine di cuore perché ancora non ha mai battuto per un uomo e magari potrei adesso, innamorarmi subito, se magari mi venisse in mente un nome, un nome da chiamare, da rimanerci in pensiero. E nel sogno limmagino bello e sfamo i suoi occhi e vizio le sue mani che maccarezzano lansia e mi sfiorano i contorni. E nelle sue braccia sgranerei le mie storie come bombe in Medio Oriente, come mai ci ho provato fin dora, come mai adolescenza torbida sé coperta di rossetto mentre il suo sesso si fa duro e mi domanda, sicuro che me lo chiede, come si vive addosso ai muri, cosa si sente tra le cosce madreperla quando un cazzo anonimo risale la corrente. Ed inesperto tocca i miei seni gonfi di gomma e di bugia e si sazia del mio culo che sfacciato sallarga preparandogli il percorso. Perché tanto non troverei di meglio e di meglio non saprei che dargli.
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Ora sta iniziando a piovere, e mi bagno. Perché senza riparo, perché senza ombrello, perché senza quel nome che avrebbe spazzato via nuvole e pioggia. E lungo il corso dellabitudine rimango in attesa, sbadigliando alle ombre che passano impalpabili, ed è tutto banale come il vento che soffia o lacqua che bagna, ed è tutto scontato come il finestrino che sabbassa ed i servizi che offro secondo tariffa. E mi concedo a quelluomo che mi offre il giusto compenso che il mercato ha deciso e che la sua voglia stanotte non può fare senza. E salgo in macchina e lo scaldo strada facendo fino ad un anfratto, dove comodo saccomoda nelle cosce capienti e mi centra quel buco senza bisogno di luce o parvenza damore che il silenzio non chiede. Soltanto uno sterile gemito, maccorgo o mi pare, quando scarica rabbia e mi riempie di voglia e daria, come una zampogna piena di musica, come una pancia quando stai male. E guardo la luna che millumina mignotta e vorrei domandarle cosa si prova soltanto a guardare. Quale invidia si prova senza farsi riempire, come un secchio capiente sotto la pioggia, come bocca che ingoia trattenendo sapore. Spavalda la fisso, ma non mi faccio plagiare. Indolente e smielata circuisce attenzione di poveri amanti che rapisce a bocca aperta. Proprio come la mia, che piena di sesso ha poco da parlare mentre ingurgita aria e sbava saliva. La vedo che sospira, che vorrebbe essere al mio posto, fottuta da dietro col sentimento accanto che dorme e giace, e senza fiatare si guarda, riflette e cola piacere, proprio come me, cagna in calore, montata allo specchio E poi tutto dun tratto tutto finisce, saffievolisce in un niente lenergia di maschio che solo poco prima silludeva di farsene cento, davanti o di dietro e dentro ogni buco di femmina od altro che la notte può offrire a cosce spalancate. Ore dattesa e poi solo pochi secondi, neanche il tempo di lasciarti lodore, di risentire il bruciore che il preservativo ha creato, di ridisfarti le labbra che nello specchietto sono ridiventate come nuove, intatte e pronte per un altro passaggio. E mi scarica senza neanche un saluto, molle di sesso e vuoto nel cervello con un solo leggero senso di colpa pensando alla madre o alla moglie che a casa laspetta.
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E passeggiando rapisco occhi avidi alla notte, come gioielli in vetrina spalanco i miei seni, rigogliosi e abbondanti, sicuri di farsi succhiare ancora una volta, di essere ciuccio zuccherato per la prossima bocca infantile dadulto. E lo metto in culo alla luna che ancora millumina per farmi apparire indecente, per farmi più troia di quanto il rumore dei tacchi non dica, che colpiscono asfalto, uccelli ed orecchi di quelli che in attesa fanno la fila. E tra la fila lo vedo e tento di chiamarlo. Un nome, un nome soltanto che mi rapisca il cuore lasciandomi intatto il resto e che mi porti lontano dove domande, perché e come mai, non sono più ammessi. Ma ho paura che essendo notte sia un sogno soltanto, che lalba appiattisca questi occhi profondi che mirano al cuore e suppliscono carenze di fede e damore. Come se in cielo non fosse rimasto che niente, come se la luna non fosse sole domani o come se questa pioggia non bagnasse un bel niente. E mi mordo le mani per sentirmi più sveglia, per vederlo più vero fuori dal sogno che si avvicina e non chiede tariffa e cerco di stringerlo perché non sia evanescente, perché da un momento allaltro non rimanga che vuoto. E maggrappo alla voce che vera risponde, che domani è già oggi e non può essere altro. Ma ho paura che il giorno mi sorprenda di nuovo da sola, in un letto disfatto ancora nel sonno, che la notte finisca e domani sia giorno, un giorno normale aspettando la notte. Una notte di sogno, di luna e lavoro, dove il nome che ho in mente non chiami nessuno.
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Il disegno da il suo peggio proprio durante le scene umoristiche; infatti, generalmente, la tavola viene sciupata dallabuso di superdeformed che toglie personalità grafica ai personaggi rendendoli macchiette. Tuttavia le parti rimanenti non sono da scartare o da disprezzare: il tratto è spesso e tondeggiante, non molto definito nei dettagli dei personaggi ma tutto sommato gradevole quando lautore decide di prendersi sul serio. In definitiva siamo di fronte ad un primo numero che lascia un po a desiderare ma che potrebbe riservare delle sorprese nel seguito, se lautore si decidesse effettivamente di lasciare da parte la componente umoristica ed il disegno deformed. Classica avventura fantascientifica, leggera e senza troppe pretese. Il plot è plausibile anche se lo svolgimento non è dei migliori. La serie è stata pubblicata inizialmente dall'editore Fujimi Fantasia per poi essere ristampato e continuato dalla Kadokawa. Per lungo tempo è rimasto interrotto ed inconcluso anche in patria e, solo nel 2004, è uscito il quinto volume. Forse quello conclusivo. Azuki Yamagishi è una 15enne con una grande fortuna: suo padre lavora in unagenzia che scova nuovi talenti per inserirli nel mondo dello spettacolo che, di tanto in tanto, le chiede di aiutarlo mandandola a caccia di nuovi volti nella sua scuola. Ma questo le crea anche dei problemi, in quanto la maggior parte di ragazzi che si interessano a lei, lo fanno solo per diventare famosi! Così, un giorno, Azuki decide di cambiare: vuole smettere di innamorarsi dei tipi belli e famosi, e trovarsi un ragazzo come si deve. Si taglia i capelli e va allaudizione della Romeo Gakuen, una specie di Saranno Famosi alla giapponese, dove suo padre le chiede di far parte della commissione. Il volume si conclude con una breve storiella aggiuntiva, più basata sul non-sense che sulla spacconeria. Casualmente viene scambiata per un ragazzo, e così va allaudizione come spia del padre, ossia per osservare dallinterno i vari ragazzi e scegliere i migliori. Presto viene smascherata, ma nel breve tempo durante il quale era rimasta in incognito, accadono diversi eventi: non solo si innamora di uno dei ragazzi, ma anche altri sembrano interessati a lei, in particolare Arata, uno della famosissima band Romeo Romeo, ma per cui Azuki non sembra provare nulla, anche perché gli si era dichiarata in passato, ricevendo una riposta negativa.
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Postato il 06.05.05 14:24